Arte

LA MUSA ERETICA: IL REALISMO MAGICO DI MARCO DE MIRTO

La minuziosa resa dei dettagli capace di regalare una seducente sospensione dello spazio, lo stupore infantile per ciò che è intorno a noi ogni giorno e acquista luce nuova.

Classe 1979, Marco De Mirto si forma come pittore figurativo di talento precocissimo all’Istituto delle Arti della sua città natale, Lecce, e vanta già, seppur giovane, partecipazioni importanti in musei prestigiosi in giro per il mondo come il Louvre di Parigi e la casa d’Aste Carsten di Miami.

Appropriatosi della lezione Dechirichiana  dell’essere originario, De Mirto è fortemente legato alla tradizione italiana seicentesca di stampo caravaggesco; osservando i suoi dipinti infatti è subito evidente l’influenza della luce fotografica accompagnata da un allestimento quasi teatrale attraverso uno sfondo scuro da quinta di palcoscenico e la resa realistica dei personaggi rappresentati, tanto da fargli guadagnare dai critici più attenti, l’appartenenza a quello stile chiamato Realismo Magico, presente anche nella bellezza plastica dei corpi nudi dei suoi primi lavori giovanili.  La vicinanza alla memoria storica si estende anche all’utilizzo di olii e tempere all’uovo ottenute secondo tecniche antiche immutate nel tempo, mentre la pennellata, eseguita alla prima e a tratti volutamente corposa, regala venature materiche in nome di quell’attaccamento sempre primario alla terra d’origine. E’ appunto innegabile il forte ascendente dato dal luogo di nascita dell’artista: la città di Lecce, ricca di chiese barocche, edicole votive e statue di santi protettori. Sulla tela dunque ci appare quel mondo misterico impregnato di sacralità cristica: Croce e delizia, l’Abate, Davide e Golia,  La brama fatua. Ad impreziosire il valore di questi dipinti vi è l’inserimento di cornici in legno intagliate alla française da lui stesso, che dimostra altresì abilità artigianali non comuni.

Testa di fauno

La personalissima estetica mistico-pagana di De Mirto si abbellisce soprattutto di un delizioso Bestiarium  di saga fiabesca prettamente nord Europea in cui, proprio come in un racconto dei fratelli Grimm, ogni animale raffigurato diventa preciso archetipo legato alla leggenda: il cervo, come trofeo di caccia perciò reso divino dal suo sacrificio in nome dell’egoismo umano (Requiem); la volpe: in omaggio alla poesia francese Verlainiana tanto cara al pittore (Cantico d’autunno); il levriero, emblema di slanciata eleganza (il Capriccio) ed una voliera alchemica popolata da aquile (Giove e Ganimede),  pettirossi e gazze ladre (La chiave, Ouverture), simboli Manichei dell’eterno dualismo tra bene e male. Tra i personaggi del bosco, inteso come dimora della coscienza, non mancano ritratti sbalorditivi di alcuni giovani familiari trasformati in fauni: la componente dell’infanzia, unita alla divinizzazione del campionario degli animali, presentati con un’aureola sopra la testa, ci consegna un allure nostalgico insito nell’artista, quella perdita dell’innocenza  che avviene con l’età adulta ed il conseguente disinganno verso l’esistenza.

Il capriccio

Nella celeberrima serie Ab ovo, il guscio si fa primigenia allegoria del ciclo cosmico che nutre e dona vita ma allo stesso tempo si trasforma in un carico sicuramente emotivo del “mondo” portato sulle spalle di chi lo trasporta (Trasportatore d’uovo).

Vale la pena di sottolineare l’acuta sensibilità descrittiva del pittore ed un gusto prettamente ironico, mai leggero ma profondissimo, con cui concepisce i titoli dei suoi quadri, rivelando l’infinita passione per la letteratura, la musica, in particolare quella classica (è anche un chitarrista autodidatta), ed il cinema.

Trasportatore d’uovo

Lui ci confida: – “Avrò avuto circa nove anni, una sera in tv trasmettevano “Il tormento e l’estasi” con Charlton Heston nella parte di Michelangelo. Ne fui colpito nel profondo. In particolare mi colpì la scena in cui il maestro lavora alla Cappella Sistina dedicandosi al giudizio universale: un uomo solo  davanti a quell’opera mastodontica, i corpi perfetti, i dettagli dell’anatomia, l’opulenza infinita, quali grandi cose è capace di creare l’uomo dalle sue mani, pensai, una bellezza travolgente, quasi insostenibile. Quel mondo era tutto nuovo agli occhi di un bambino. Fu come un’illuminazione. Io già disegnavo, sono stato molto precoce, mi divertivo a ritrarre i miei familiari e i compagni di scuola ricevendo anche dei complimenti ma era solo un passatempo per me. Vedendo quello scenario cinematografico, decisi in quel preciso istante la mia strada: dipingere. Un altro film a cui sono molto affezionato è “Brama di vivere” incentrato sulla vita di Vincent Van Gogh. Il titolo racconta tutto, mi riferisco proprio a quella febbre che assale l’artista, l’urgenza di trasferire sulla tela le sensazioni fortissime della vita intorno a noi, ritrarre le persone, la natura impetuosa, per non parlare del giallo dei campi di grano e il blu intenso del cielo terso, ho rivisto i paesaggi in cui sono cresciuto. Naturalmente è stato un processo inconscio. Dovevo usare i colori anch’io. Dovevo impastarmi le mani. Ed eccomi qui.”

L’Abate

Parlaci dei tuoi ultimi lavori.

“In omaggio al Rinascimento Italiano, che mi ha insegnato tutto, ho voluto rielaborare delle figure fondamentali di quel periodo a me molto care ma in chiave surrealista, ho inserito dei paradossi. Per esempio, ho nascosto per metà la Venere del Botticelli trasformandola in una bellezza negata (“L’eclissi di Venere”); Bia de Medici al contrario emerge da un tavolo il cui cassetto è rimasto aperto, è la vita rimasta sospesa, una perdita prematura a cui non c’è rimedio, per questo l’ho intitolata il Soffio perduto. E poi c’è il mio angelo michelangiolesco che intona una melodia al violino, anch’egli emerso da un elemento domestico. La metafisica è sempre presente nei miei quadri.”  –

Davide e Golia

Lo specchio convesso, o altresì chiamato “occhio della strega” è un oggetto dal fascino straordinario, capace di amplificare la realtà circostante restituendo immagini di flessuosa bidimensionalità come in un gioco circense di chambre de miroirs, in più è un amuleto contro le energie negative, una sorta di filtro portafortuna. Non è un caso perciò che questo prodigioso pittore leccese lo abbia usato come titolo per una sua mostra personale. Sta qui la chiave per il suo realismo magico?..

Volontariamente lontana da qualsiasi etichetta modaiola delle correnti stilistiche legate al nuovo millennio, l’opera di Marco De Mirto vola alto facendosi suggestiva cosmogonia dal sapore atemporale che incanta all’istante l’occhio dell’osservatore, ed entra a pieni titoli tra la rosa degli artisti contemporanei di eccellente profilo da valutare con necessaria considerazione.  

L’imbroglione

“La pittura è la mia Musa Eretica.

Ella mi cura e mi tormenta”.

Visitazione
Il compositore
Ab ovo

Anima Mundi

All Credits: Marco De Mirto

Immagini soggette a copyright, è severamente vietata la riproduzione.

Sibilla Laurent

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